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FAIR PLAY FINANZIARIO I ‘trucchetti’ di City e Psg per aggirare i vincoli

Le rivelazioni di Football Leaks hanno centrato quello che è stato il grande peccato del Fair play finanziario targato Uefa di questi anni. Al di là degli incontri più o meno segreti dell’allora segretario generale dell’organismo europeo Gianni Infantino, oggi numero uno della Fifa, con i manager de Psg e Manchester City, è parso a tutti evidente che il “trattamento” del club targato Qatar Sports Investments e di quello dell’Abu Dhabi United Group Investment sia stato particolarmente indulgente. Le sanzioni applicate nei settlement agreements sottoscritti nel 2014 con i due club sono state alleggerite in nome della realpolitik calcistico-finanziaria. In quegli anni, infatti, gli acquisti milionari di calciatori di prima fascia da parte dei parigino-qatarioti e dei Citizens hanno tenuto in piedi l’equilibrio economico di tanti club e Leghe (inclusa la Serie A). Ma come hanno aggirato i due club i vincoli del Ffp e il principio che impone di spendere solo ciò che si incassa?

Prima dell’avvento degli sceicchi, nel 2010, i ricavi del Paris Saint Germain erano di 100 milioni. Poco più della Fiorentina di oggi. Con l’avvento del Qatar Sports Investments sono cresciuti con percentuali da tigri asiatiche: dai 222 milioni del 2012 ai 399 del 2013 fino ai 521 milioni toccati nel 2016 e ai 486 del 2017. La crescita del Psg è stata trainata specie all’inizio dai ricavi commerciali, che ancora oggi rappresentano più della metà del giro d’affari. I diritti tv inclusi quelli europei pesano infatti per il 25% (121 milioni) e il botteghino per il 19% (90 milioni). Nel 2014, all’epoca del settlement, il Psg registrava ricavi commerciali per 327 milioni che coprivano il 70% degli introiti totali. Una situazione dovuta alle sponsorizzazioni garantite da “parti correlate”, ovvero da enti e società dello stesso Qatar, come quella dell’Ente del turismo del Qatar pari a 150/200 milioni a stagione, quella del Gruppo Ooredoo, società di telecomunicazioni che assicurava entrate per 15 milioni all’anno per cinque stagioni, o quella della Qatar National Bank. Il valore di questi contratti appariva sproporzionato rispetto al valore del brand Psg. In quel momento il benchmark delle sponsorizzazioni era rappresentato dal contratto siglato dal Manchester United, la squadra con più tifosi al mondo, con la General Motor. Per esibire il marchio Chevrolet dalla stagione 2014/15 alla stagione 2020/21, i Red Devils hanno ottenuto 405 milioni di euro, circa 57 milioni annui.

Come poteva dunque ritenersi equo a valori di mercato un compenso di 150 milioni all’anno come quello pagato dell’Ente del turismo del Qatar al Psg? Gli avvocati qatarioti hanno eccepito che i mega-contratti siglati con il Psg avevano (e hanno) la finalità di promuovere a livello globale l’immagine del Qatar, per cui non possono essere equiparati a normali contratti di sponsorizzazione, come sono al contrario quelli siglati dal Psg con Emirates (jersey sponsor), Nike (sponsor tecnico), Panasonic, McDonalds o Microsoft. La Uefa, alla fine di una lunga trattativa ha chiesto al Psg di “sterilizzare” fino al 50% il valore dei contratti commerciali siglati con soggetti del Qatar. Alla luce di ciò i bilanci sono stati rivisti determinando deficit più bassi di quelli che sarebbero dovuti essere e le sanzioni soft poi applicate nel 2014 (per alcuni consulenti della Uefa il contratto con l’Ente del Turismo valeva meno di 5 milioni all’anno).

Discorso analogo è valso per il Manchester City con la mega-sponsorizzazione decennale di 400 milioni di sterline da parte di Etihad Airways che ha anche acquisito i diritti di intitolazione (naming rights) dello stadio. Ai due club è stata così comminata una multa da 60 milioni di euro pagabili in tre anni, oltre ad un tetto salariale per le successive stagioni e la riduzione delle rose per la Champions a 21 elementi. Nel frattempo sia Psg che City grazie alle faraoniche campagne acquisti, con 1,8 miliardi spesi dal Qatar in sette anni e 2,7 da Abu Dhabi nello stesso lasso di tempo, e alle vittorie sportive conquistate hanno incrementato il loro giro d’affari, con entrate commerciali percepite anche da aziende non legate alla proprietà. Il Manchester City è riuscito a raggiungere una gestione economica equilibrata, grazie a ricavi tv nazionali aumentati da 64 a 102 milioni di sterline già nel 2014 e ad altri partner “esterni” (come Nissan, Coco Joy, Citi, e i nigeriani di PZ Cussons). I ricavi commerciali nella stagione 2014/15 risultano pari a 173 milioni di sterline e sono 11 volte superiori rispetto a quelli della stagione 2008/09. La crescita dei ricavi – il Manchester City nel 2018 ha raggiunto quota a 565 milioni di euro – ha permesso quindi di contenere l’impatto dei contratti con parti correlate, che oggi secondo l’ultima edizione del Regolamento Uefa peraltro sono sanzionabili solo se determinano una “significant influence”, ovvero superano il 30% del totale dei ricavi.

Questo è il motivo per cui Juventus e Inter che pure hanno introiti derivanti da accordi con parti correlate non sono incorsi nelle censure della Uefa. La Juve con lo sponsor Jeep incamera poco più di 20 milioni a stagione ampiamente compatibili con un fatturato che nel 2018 anche senza plusvalenze vale più di 400 milioni. L’Inter ha ceduto tra le altre cose i naming rights del centro sportivo, ora denominato “Suning Training Center”, alla proprietà per 15 milioni di euro a stagione, un valore in linea con altre operazioni simili di mercato. Gli altri accordi siglati in Asia in questi due anni riguardano aziende estranee a Suning come quello da 10,5 milioni con le società cinesi FullShare (attiva nei settori dei servizi per il turismo e per l’educazione dell’infanzia) e Donkey Mother (agenzia di viaggio online), o come i due nuovi partner China Unicom e Moutai, leader rispettivamente nel settore telecomunicazioni e dei distillati di pregio, mentre l’accordo con iMedia, agenzia cinese di marketing sportivo, vale circa 27 milioni all’anno.

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