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Segnò il primo gol della Roma ad una squadra turca. E contribuì a raggiungere la vittoria su un campo di Istanbul. Da allora, da quel 1962 in cui i giallorossi batterono l’Altay all’andata e al ritorno in Coppa delle Fiere, l’Associazione Sportiva della Capitale non è più riuscita ad ottenere la posta massima dalle parti del Bosforo nelle edizioni successive delle coppe europee. Tuttavia, Alberto Orlando – classe 1938 – non può essere ricordato solo per questa ragione. Ce ne sono almeno 43, di motivi, pari al numero dei suoi gol segnati. E anche altri 177, come le presenze in maglia romanista. Ha vinto la Coppa delle Fiere del 1961, ha fatto parte della squadra che conquistò la prima Coppa Italia societaria nel ’64. “E non dimenticate che pure in Nazionale ho fatto qualcosa…”.

Quattro reti all’esordio in azzurro… “In una sfida con la Turchia vinta 6-0- Era il 1962, lo stesso anno di quando andai con la Roma a Istanbul per l’incontro di coppa. Calai questo poker al debutto con l’Italia, come me nella storia della nazionale c’è stato solo Pernigo. Ovvero, di riuscire a segnarne quattro nel giorno dell’esordio. Mica è stata cosa da tutti”.

Le portò bene la Turchia in quell’annata. Ha menzionato la trasferta di Istanbul del ‘62, la prima volta che la Roma si affacciava in quelle zone… “Partimmo dopo una partita persa pochi giorni prima con il Mantova (1-0, ndr). Ricordo che sui giornali dell’epoca uscì una foto nostra in cui posavamo tutti davanti l’aereo. C’erano Losi, De Sisti, Manfredini, Angelillo, Lojacono, il sottoscritto, mister Carniglia. Eravamo una bella squadra, avevamo vinto la Coppa delle Fiere un anno prima”.

E lei segnò… “Sì, mi feci questo regalo di compleanno anticipato, considerando che il giorno successivo avrei compiuto gli anni. La partita si giocò il 26 settembre, io sono nato il 27. Stavo per compiere 24 anni. Andai a rete, vincemmo la partita e poi al ritorno li battemmo addirittura per 10-1, ma in quell’occasione non giocai e non potei partecipare ad una vera e propria fiera del gol. Pazienza”.

Anche perché fare gol non è mai stato un suo grande problema… “Quando la Roma mi diede al Messina in prestito per una stagione in Serie B, ne feci 17, con una media superiore al gol ogni due partite. Giocavo centravanti, lo facevo bene. Quando tornai in giallorosso, però, trovai una situazione diversa, che non mi aspettavo, ed è l’unica cosa che imputo alla mia amata Roma”.

Ovvero, cosa? “Di aver preso un altro bomber in quell’estate del 1959, al mio posto. Il bomber in questione era l’argentino Pedro Manfredini”.

Non proprio un calciatore scarso, però. Uno che segnò più di cento gol in giallorosso con una media realizzativa altissima… “Manfredini era un grandissimo giocatore, nessuno lo nega. Però pensavo che avrebbero puntato su di me e avrebbero preso un altro calciatore nel ruolo di ala dato che Ghiggia stava per concludere la sua esperienza alla Roma. Invece, finì che all’ala ci andai a giocare io e lo feci con ottimi risultati, non a caso poi mi arrivò la chiamata della Nazionale di Edmondo Fabbri”.

In ogni caso, la sua carriera nella Roma è stata di livello. Tutta la trafila nelle giovanili, fino all’esordio in prima squadra… “A Napoli, l’esordio, nel 1957. Io facevo parte della squadra riserve. Erano i giorni del burrascoso cambio in panchina tra l’inglese Stock e Nordahl. In ogni caso, in campo feci la mia parte. Sui giornali, il giorno dopo la gara con il Napoli pareggiata 0-0, mi soprannominarono “il piccolo Vinicio”. E da lì partì tutto. Comunque, mi faccia dire, se sono diventato un calciatore affermato lo devo soprattutto a un uomo”.

A chi? “A Guido Masetti, il mio allenatore nelle giovanili. Lui, un simbolo autentico della Roma, il portiere campione d’Italia nel 1942, mi aiutò tantissimo. Io ero un ragazzo di borgata, di Torpignattara. Venivo dall’oratorio di Don Bosco in zona sud di Roma. Dovevo essere gestito, instradato. E grazie ai consigli del grande Masetti riuscii a fare il professionista”.

Ricorda un consiglio su tutti? “Ci fu un episodio in particolare che mi fece mettere la testa a posto. Un ceffone, di quelli vecchio stampo. Uno schiaffo educativo, d’amore, che mi aprì gli occhi e mi fece capire tante cose. Da quel momento cambiai modo di pensare. L’ho sempre ringraziato per quella cosa”.

Nel 1964 lasciò la Capitale, destinazione Firenze. “Mi volle l’allenatore Giuseppe Chiappella. Lui mi rimise nel mio ruolo di attaccante centrale e segnai 17 gol, diventando capocannoniere del campionato con Sandro Mazzola. Anche se – di fatto – fui io il vincitore della graduatoria avendo giocato due gare in meno di Mazzola. Non mi posso lamentare, insomma, di quello che ho fatto. Oggi ho 81 anni, sto bene fisicamente, ho la mia bella famiglia, un nipote che gioca a calcio e che mi capita di accompagnare spesso al campo. Ricordo ancora bene i miei trascorsi e quando torno indietro nel tempo è sempre un’emozione”.

FONTE: AS Roma Match Program – T. Riccardi

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