ROMA E DINTORNI Le lancette dei grandi orologi (di Massimo Loardi)

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Nel giorno del suo nono anniversario di nozze con Jackie Bouvier, John Kennedy trovò il tempo di annunciare al mondo che gli USA manderanno un uomo sulla Luna entro la fine degli anni ‘60. Era il 12 settembre 1962. Sarà di parola, a pochi mesi dal limite che aveva indicato. Esattamente 30 anni dopo, il 12 settembre 1992 (ricorrenza di oggi), sarà invece una donna a partire. Non per la Luna, ma semplicemente (come se fosse niente) per lo spazio. Più in generale non una donna qualsiasi. Perchè della missione STS-47 dello Space Shuttle fa parte Mae Jemison: ha 36 anni, ed è la prima astronauta afroamericana della storia.

Nativa dell’Alabama ma cresciuta a Chicago, tra i grandi ispiratori della sua adolescenza ci sono due figure che spiccano, seppur non sembrino a prima vista troppo allineate. La prima è quella di Martin Luther King, nelle cui idee crede fermamente. La seconda è quella di Nichelle Nichols. Attrice teatrale passata poi a cinema e tv, è “prima” anche lei in qualcosa: a non impersonificare ruoli fin lì relegati agli afroamericani, vedi cameriera e via dicendo. Ed è un punto di riferimento per le colleghe, Woopi Goldberg in testa.

Più che dall’attrice o comunque dalla persona, Mae Jemison rimane colpita dal personaggio più famoso che ha interpretato: la Tenente Uhura della serie tv Star Trek. Che è precursore al femminile a sua volta: è protagonista di quello che è comunemente considerato il primo bacio interraziale della storia della tv americana, quello tra lei e il Capitano Kirk (era il novembre 1968). Della tv americana ma non inglese: la BBC infatti non mandò in onda alcuni episodi della serie, tra cui quello, ritenendoli inadatti a un pubblico troppo giovane. Quanto sono pesanti se ci si mettono gli inglesi. Quanto.

Sapete chi convinse Nichelle Nichols a non mollare Star Trek dopo la prima serie (come aveva intenzione di fare per dedicarsi nuovamente al teatro)? Fu proprio Martin Luther King. Le spiegò come fosse troppo importante avere la possibilità di vedere una donna afroamericana al fianco di colleghi bianchi e maschi, e oltretutto in un ruolo di comando. Nel frattempo Mae Jemison si laurea alla Stanford University, e nel 1983 vede Sally Ride diventare la prima donna americana a solcare l’orbita spaziale. Capisce che può essere il momento in cui il suo sogno di bambina può realizzarsi. La NASA la respinge al primo tentativo, ma al secondo la accetta.

Nel settembre 1992 la prima missione. Prima e unica. Addobba lo Shuttle con un poster della Alvin Ailey American Dance Theather, una compagnia di danza di New York prevalentemente composta da afroamericani, e parte per lo spazio. Durante l’inizio del suo soggiorno non è che si sia persa poi molto. Il giorno successivo alla sua partenza la Roma ha pareggiato 0-0 in casa del Genoa una partita abbastanza anonima, conquistando il primo punto del proprio campionato. L’attrazione più spettacolare del pomeriggio la fornì Marco Van Basten, che a Pescara segnò una tripletta dando la vittoria al Milan, andato in precedenza in svantaggio per 4-2.

A Pescara stavolta è di scena l’Inter. Icardi non è Van Basten, ne segna 2 e non 3, ma ribalta lo stesso il risultato. Mentre Massimiliano Allegri, che contribuiva a quel 4-5 segnando un gol e mezzo (i canoni dell’epoca decreteranno che il secondo è autogol di Baresi; peraltro il secondo autogol di Baresi di quella partita) alla squadra di Capello, accoglie a Torino un Sassuolo con 6 punti in classifica. Certo, ne ha 3 perché hanno perso a tavolino proprio con il Pescara, ma tanto allo Juventus Stadium ognuno fa i conti che vuole, non vedo perché non possano farlo anche loro. Ma la superiorità tecnica, per ora individuale più che di squadra, è incolmabile probabilmente per chiunque.

Nel 1993, invece, Mae Jemison lascia la NASA. Ma stabilisce comunque un altro primato: fa un’apparizione in un episodio di Star Trek, diventando la prima vera astronauta a parteciparvi. Venne invitata da Levar Burton, attore e a volte anche regista della serie, che sapeva che Mae Jemison ne era una grande appassionata. Lui che in gioventù era diventato famoso per aver interpretato la parte di Kunta Kinte nella miniserie tv Radici, tratta dal romanzo Roots di Alex Haley (e che è uno degli autori del remake attualmente in onda negli USA). La storia di uno schiavo deportato dal Gambia e delle vicissitudini dei suoi eredi. In poche parole il racconto del ramo materno della famiglia Haley, senza troppe certezze sulla veridicità o meno di molti particolari.

“Conto quanto Kunta Kinte, e in quanto Kunta Kinte canto”, diceva Daniele Silvestri nella sua Kunta Kinte. Ma quanto conta Kunta Kinte? Se lo sarà chiesto anche Francesco Totti, nei tanti minuti passati in panchina a guardare i compagni alternare alti e bassi nelle prime partite della stagione. Continuamente in bilico tra l’invocato e il dimenticato. Tra il bisogno e lo sfizio. Tra la gloria e la passerella.

Questo Roma-Sampdoria è la prima partita della storia del calcio in cui il primo tempo comincia sotto un sole caldo e luminoso e finisce con pioggia torrenziale e riflettori accesi. L’improvviso scurirsi del cielo sembra quasi volerci dire che le cose andranno per le lunghe. E non proprio come l’immediato vantaggio faceva sperare. Un primo diluvio, di natura atmosferica. L’interruzione, e il secondo diluvio. Quello di occasioni da gol, create da una squadra guidata dal suo Capitano e completamente ritrovata. E che non si capisce perché debba sempre avere l’acqua alla gola (non letteralmente) per reagire.

“Questa pioggia è per noi, e brilla di ferro e binari, ritaglian le stoffe e le ore, le lancette dei grandi orologi”, cantava Vinicio Capossela nella sua Nella pioggia. Quelle lancette che scorrono veloci mentre si susseguono i sopralluoghi al campo da gioco. Quelle lancette che girano inesorabili e tra pochi giorni segneranno 40 anni a chi ancora stenta a riconoscere il concetto di tempo. Di un pomeriggio dentro cui far stagnare soltanto cose non propriamente straordinarie. Di una storia che ancora si aggrappa, ogni volta che ne ha bisogno, al solito eroe.

Edin Dzeko in 3 giornate di campionato (di cui 2 iniziate dalla panchina) ha segnato 2 gol, ha fatto un assist e si è procurato 2 rigori decisivi ai fini del risultato. Meglio dire qualcosa di lui, perché parlando di Totti sprecheremmo parole. Soprattutto, con quelle parole sprecheremmo la magia creata da quello che ha fatto in campo: rallentare l’incedere degli eventi personali accelerando quelli di chi gli sta intorno. Mae Jemison, in quell’episodio di Star Trek, interpretava il Sottotenente Palmer, ovvero un addetto al teletrasporto. Arriveremo un giorno anche a quello?

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