ROMA E DINTORNI Non eravamo noi (di Massimo Loardi)

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Parris Island, vicinanze di Port Royal, South Carolina. Lì c’è il Marine Corps Recruit Depot. Il più famoso centro di addestramento della Marina Militare statunitense. Arrivano reclute da tutto il paese. Anche se è un confine naturale a determinare chi ha i requisiti per entrarci: il fiume Mississipi. Chi vive a est del fiume viene qui, chi vive a ovest va a San Diego. Ma se fa una richiesta speciale, viene qui.

Qui dove Stanley Kubrick ambienterà, nel 1987, il suo Full Metal Jacket. Non sappiamo se questo abbia in qualche modo influito sulla sua scelta ma l’anno seguente Orville Richard Burrel, un giamaicano di Kingston da anni trasferitosi a New York con la famiglia, decide di arruolarsi. Passa ovviamente da Parris Island, diventa artigliere e va a Jacksonville, in North Carolina. Lì c’è Camp Lejeune, dove si fa l’addestramento anfibio e la particolare dislocazione (in mezzo ai porti di Wilmington e Morehead City) favorisce gli spostamenti.

Viene mandato in Arabia Saudita. Perché sono gli anni della Guerra del Golfo. Nei momenti liberi, però, allieta i compagni con la sua voce. Perchè Orville canta discretamente bene. Infatti una volta finita la carriera militare incide il suo primo brano. Che è una cover in chiave dance di Oh Carolina, un brano del 1960 scritto da John Folkes insieme a Prince Buster, probabilmente la più importante figura musicale della storia della Giamaica. Il brano è considerato l’antesignano dello ska, del rocksteady, del reggae e di ogni genere che possa essere riconducibile alla musica giamaicana moderna ed originariamente era stato ovviamente destinato ai Folkes Brothers.

Incide anche il suo primo album che si chiama Pure pleasure, e lo fa con un nome d’arte che è il soprannome che gli diedero i suoi amici. E’ lo stesso del protagonista di un famoso cartone animato degli anni ’70 della Hanna-Barbera, presumibilmente arriva da un’assonanza tra i due nomi di battesimo. Perché non c’è la minima somiglianza fisica tra lui e questo Norville Rogers. Basti pensare che quando si decise di fare una versione cinematografica del cartone animato, quella parte la diedero a Matthew Lillard. Non propriamente una fisionomia caraibica. Norville Rogers, molto semplicemente, è il padrone di Scooby-Doo. Quello che per tutti è Shaggy.

Collabora con Kenny Dope, che in quegli anni produceva musica di alto livello dietro pseudonimi come The Bucketheads (per dirne uno non indifferente), e praticamente fa uscire un album all’anno. Il terzo, siamo nel 1995, si intitola come la sua seconda traccia, il suo più grande successo: Boombastic. Le tante particolarità della canzone stanno anche nel titolo. La curiosità di capirci di più è diffusa. Qualcuno aveva formulato l’ipotesi che fosse un riferimento a Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus Von Hohenheim. Medico e astrologo svizzero, scopritore dello zinco, la storia lo conosce con il nome con cui lui stesso preferiva farsi chiamare: Paracelso.

Che, data la radice greca, indicava il fatto che si sentisse sullo stesso piano di Aulo Cornelio Celso, esperto romano in arti mediche e autore del primo grande trattato di medicina della storia. In lingua inglese c’è un aggettivo che indica una persona superba e piena di sé e che deriva decisamente da Bombastus. Ma è “bombastic”. Mentre “boombastic”, come dice l’Oxford English Dictionary, indica un oggetto imbottito di cotone, immagine che sottolinea la morbidezza e il pregio che il protagonista si attribuisce. Un po’ quello che faceva Diego Abatantuono in Viuuulentemente mia quando, presentandosi, diceva: “Agente Achille Cotone, morbido come la seta ma più pregiato, molto più pregiato”.

In Italia diventa subito famosissima. Grazie anche al fatto di essere scelta come sottofondo a una nota pubblicità della Levi’s, pluripremiata per la creatività e per l’uso della claymation che immergeva lo spettatore in un mondo interamente fatto in plastilina animata. Più o meno in quei giorni una delle favorite per la vittoria finale della Coppa Uefa di quell’anno, ovvero il Liverpool, viene eliminata dai danesi del Broendby. Che nel turno seguente verranno abbinati ovviamente a noi. Fonseca segna subito a Copenaghen, è il primo gol subito dai danesi nella competizione che però rimontano. Al ritorno si riparte da quel 2-1. Sblocca un ragazzino che l’altra sera è stato inquadrato più volte in tribuna parecchio emozionato, raddoppia Balbo, segna il Broendby.

Finchè il ragazzino, al minuto 88, ha un pallone in area avversaria. Lo mette di tacco, perché il talento non ha età, sui piedi di quello che era il capitano di quella sera, in nome di un magnetismo verso quella fascia da cui ancora la nostra idea fatica a staccarsi. Carboni tira e segna il 3-1. Andiamo ai quarti di finale, che saranno forse i più dimenticabili della nostra storia. Peraltro in una competizione che visto soprattutto il rendimento casalingo (14 gol segnati nelle quattro partite giocate) poteva portare a ben altri risultati.

Comunque contro questa Sampdoria solo noi potevamo perdere. Detto questo, dai tempi in cui ascoltavamo Boombastic in poi, la Roma era riuscita solo una volta a completare una rimonta europea. Cioè passare il turno dopo essere stata sconfitta all’andata. Successe nel marzo 2004, in Coppa Uefa contro il Gaziantepspor. Emerson e Cassano ribaltarono lo svantaggio minimo subito in Turchia e andammo agli ottavi di finale. Si giocò nel tardo pomeriggio, solo qualche ora prima che un altro prodotto musicale newyorchese (anche se nemmeno in questo caso uno lo direbbe, perché le origini sono chiaramente altrove, dominicane e portoricane) si esibisse sul palco del Teatro Ariston con la sua canzone più famosa: erano gli Aventura, che ospiti al Festival di Sanremo suonarono quella Obsesion che ci fece compagnia per tutta l’estate precedente.

Che si lega in qualche modo. A dirla tutta è difficile trovare un’altra definizione per questa incapacità di risolvere questioni debitamente sospese con il resto del continente. Anche perché l’Europa l’abbiamo frequentata in maniera piuttosto continuativa negli ultimi anni. Con la tendenza però a distruggere, nelle gare di ritorno, quanto di buono era stato costruito all’andata. Erano riuscite solo sei rimonte sulle ventisette possibili: con gli svedesi dell’Oster Vaxjo, il Colonia, quella storica con il Dundee United, il Partizan Belgrado, i danesi e i turchi. Inoltre le statistiche, puntuali, sostenevano che nella storia delle coppe europee solo il 6% dei 2-1 subiti in trasferta non andava a buon fine. Sembravamo fatti apposta. Invece no. “It wasn’t us”, avrebbe detto Shaggy parafrasando un altro suo grande successo.

Ma lo Shakhtar Donetsk fa parte del passato e al Barcellona manca obiettivamente tanto. Non pensiamoci. La conferma dell’inversione di tendenza deve arrivare di fronte ad altre maglie rossoblù. Stanchezza di ogni tipo e turnover sono le incognite. Invece ne esce una partita in controllo, qualche rischio come è normale che sia, nessun calo fisico, un gol per tempo e vittoria. Nessuna traccia di plastilina animata. Ce lo chiediamo ancora una volta: eravamo noi?

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