ROMA E DINTORNI I tre strati della solitudine (di Massimo Loardi)

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Ashton-under-Lyne, contea di Greater Manchester, Inghilterra. Motivi di interesse: decisamente pochi. Tra i più importanti possiamo comunque trovare le tre statue di quelle che possono essere considerate le maggiori celebrità locali. Perché in questa città di 43.00 abitanti sono nati tre calciatori che nel tempo, in epoche diverse e addirittura con maglie diverse, diventeranno Campioni del mondo.

Il primo è Jimmy Armfield, che è nato a Denton ma non fa nessuna differenza. Ex difensore, una carriera intera spesa con addosso i colori del Blackpool. E’ giusto aggiungere come difficilmente potrebbe fregiarsi del titolo senza il secondo, che è Geoff Hurst. Non tanto perché Armfield non giocò neanche un minuto a causa di un infortunio, ma anche e soprattutto perché Hurst, ex attaccante di Stoke City e West Ham (con cui vinse anche una Coppa delle Coppe), fu decisivo con i suoi 3 gol segnati nella finale. Unico, per ora, a riuscirci. Ci concentriamo su questi due, perché a proposito del terzo basta dire che è Simone Perrotta per rendersi conto che non c’è molto da aggiungere.

Armfield e Hurst divennero Campioni del mondo ovviamente nel 1966, l’unico Mondiale vinto dalla Nazionale inglese. Un torneo contraddistinto da diverse storie, alcune a forti tinte azzurre. Anche se la più famosa rimane proprio quella della finale di Wembley. In campo ci sono l’Inghilterra, ovviamente, e la Germania Ovest. Altrettanto ovviamente. Dirige l’incontro lo svizzero Gottfried Dienst. Partita equilibrata che finisce sul 2-2. Servono, dunque, i tempi supplementari. Dopo una decina di minuti, Geoff Hurst ha un pallone piuttosto interessante. Calcia fortissimo. La palla colpisce la traversa e rimbalza in una zona in cui è difficile stabilire se sia oltre la linea di porta o meno.

Dienst non sa, di conseguenza decide di rivolgersi al suo collaboratore più vicino. E’ un ex sergente dell’Armata Rossa, è considerato uno dei migliori arbitri del momento ma per l’occasione (come spesso capitava ai tempi durante le manifestazioni internazionali) è impiegato come guardalinee, e si chiama Tofiq Bahramov. Uno svizzero e un azero non hanno una lingua comune in cui parlare, d’altronde siamo pur sempre a metà degli anni ’60, ma riescono a capirsi a gesti. Prenderanno una decisione che si rivelerà clamorosamente sbagliata. Ma soltanto una trentina di anni dopo, quando con l’aiuto delle nuove tecnologie le proteste tedesche che parlavano di polvere di gesso sparsa in prossimità della linea di porta acquisirono più credibilità.

E’ molto difficile pensare che ancora oggi, con la rivoluzione annunciata dall’ingresso del Var, ci possano essere controversie su errori macroscopici. Non su episodi come quello di Hurst, dove siamo nelle mani infallibili e indiscutibili della sola tecnologia. Ma in questo turno di campionato, applicazione e conseguenti decisioni riguardanti il Var hanno creato parecchia confusione. Del gol di Kean in Torino-Verona se ne potrebbe parlare per ore. A Bergamo viene annullata una rete alla Juventus per una (pare) corretta interpretazione del regolamento specifico. Discutibile finchè vogliamo il lasso di tempo che intercorre tra il fallo su Gomez e il gol di Mandzukic. Petagna tocca il pallone con la spalla e anche dopo il controllo del Var viene assegnato un rigore che non c’è. Di certo non era questo quello che ci aspettavamo, seppur coscienti che questo sia ancora un uso sperimentale e che comunque la percentuale di errori arbitrali sia seca notevolmente. Ma a noi interessa altro.

Sono quasi le 20:00 della prima domenica di ottobre. Siamo nei minuti finali di Milan-Roma. La Roma è in vantaggio di 2 gol e di un uomo. Prende la parola un addetto ai lavori, nel suo ruolo di commentatore tecnico di Sky. E’ un ex portiere, brillante carriera, solo poco incline all’introduzione dell’uso dei piedi nel suo ruolo. Che fu la sua rivoluzione, quella che cambiò il calcio nella sua epoca. Infatti in un Italia-Svizzera di circa 25 anni fa esatti (era l’ottobre 1992) prova a dribblare Stephane Chapuisat, che gli porta via il pallone con parecchia calma e raddoppia l’iniziale vantaggio degli elvetici di Roy Hodgson. Roberto Baggio ed Eranio recupereranno fissando il risultato sul 2-2, ma non è di quello che successe quella sera al Sant’Elia di Cagliari che ci dobbiamo occupare.

Bensì di quello che Luca Marchegiani dice sulla partita: “La Roma è superiore al Milan”. Gli occhi sbarrati. E’ la prima volta dalla fine della scorsa stagione che sento dire una cosa del genere. Anche in queste settimane, con i rossoneri che venivano battuti senza appello dalla Sampdoria e faticavano ad avere ragione dell’Udinese, nessuno avanzava il dubbio che le ipotetiche griglie di inizio stagione potessero essere quantomeno rivalutate.

Nemmeno la vittoria della Roma contro il Qarabag addolciva la vigilia di questa partita. Avvenuta nello stadio intitolato proprio a Tofiq Bahramov nel 2004, con tanto di statua dell’ex arbitro svelata al cospetto della Nazionale inglese (che stava per giocare contro l’Azerbaijan) e di chi beneficiò del suo storico errore, ovvero Geoff Hurst. In una cerimonia che in Germania non devono aver apprezzato più di tanto. Un impianto bellissimo che fa da cornice ad una nostra vittoria in trasferta in Champions League succedendo, a 7 anni di distanza, al St. Jakob-Park di Basilea. Che era la città di Gottfried Dienst.

Mesi a dire che ci siamo indeboliti. Mesi a non essere considerati, noi ma anche (perché l’onestà intellettuale da queste parti prova continuamente a essere protagonista) questa Lazio. Mesi a magnificare una campagna acquisti che comunque ha portato in rossonero una serie di buoni giocatori, alcuni anche buonissimi ma nessun fuoriclasse conclamato, da inserire in un contesto di squadra che partiva quasi dal niente. Perché il Milan degli ultimi anni, compreso quello della stagione scorsa, era davvero poca cosa.

Luca Marchegiani è il primo che ho sentito (non che tantissimi altri si siano affannati a confermare). Come quel numero 1 che portava da giovane sulle spalle. Come un arbitro che troppo spesso è lasciato solo a prendere decisioni. La solitudine dei portieri e degli arbitri. E delle statue. Ma almeno per i direttori di gara finalmente ci sarà un supporto di provata rilevanza?

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