SMALLING: “Questo sono io”

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Il rapporto tra Chris Smalling è il calcio è nato in tenera età. Da lì è andato avanti, tra momenti difficili e coincidenze positive che lo hanno portato a vestire tra le altre le maglie del Manchester United, della nazionale inglese fino a quella della Roma.

Lo abbiamo intervistato e lui ci ha raccontato tutto così…

Chris, partiamo dall’inizio. Quali sono i tuoi primi ricordi legati al calcio? “Probabilmente, il mio primo ricordo legato al calcio è di quando mio fratello e io giocavamo in giardino. Mia madre ci iscrisse subito in una squadra a due passi da casa nostra, i Walderslade Boys, forse eravamo nell’Under 7. Penso che sia anche il mio primo ricordo in assoluto. Ho giocato lì fino all’Under 12 o Under 13. È stata una fortuna avere una squadra a due passi da casa. È così che tutto è cominciato”.

Quindi ti è sempre piaciuto il calcio? “Certamente. E questo vale sia per me sia per mio fratello. Facevamo diversi sport, come rugby, cricket, atletica, ma avere la possibilità di iscriverci in un club di calcio, il nostro sport preferito, far parte di una vera squadra, con la divisa e tutto il resto, ci rendeva davvero felici e impazienti di arrivare al weekend. Era bellissimo”.

E poi? Sei stato selezionato dalle giovanili di una squadra professionistica? “Sì, giocavo sia nel Walderslade Boys, sia nella mia scuola. All’incirca 11 anni il mio insegnante mi segnalò per i provini della rappresentativa della contea del Kent. Riuscii a entrare in quella squadra che era molto seguita da vari osservatori, tanto che nel corso della stagione fui preso dal Millwall, dove ho giocato fino ai 15 o 16 anni. È stata la prima volta in cui ho attratto l’interesse di una squadra professionistica, tutto questo grazie al fatto di giocare nella rappresentativa della contea e grazie all’aiuto del mio insegnante, che mi ha anche accompagnato ai provini perché mia mamma non aveva la patente. Devo dire di essere stato molto fortunato perché ho trovato tanto aiuto nella mia fase di crescita”.

Prima di quei provini, eri già consapevole di essere un buon giocatore? “Me ne ero reso conto nell’ambito della mia squadra e della mia scuola, mi sentivo tra i migliori in quelle realtà. Ma quando si è così piccoli non ci si pensa, non ci si mette pressione addosso, si pensa solo a divertirsi giocando a calcio. Ecco, fare tutto questo in maniera rilassata e senza troppe pressioni sicuramente aiuta a dimostrare al meglio ciò che si sa fare”.

Come è stata l’esperienza nelle giovanili del Millwall? “Bellissima, passai dall’allenarmi e giocare una volta a settimana all’allenarmi due, tre volte alla settimana con altri giovani calciatori di talento. Tuttavia, sempre perché mia mamma non guidava, ero costretto a saltare alcuni allenamenti. Le strutture erano lontane da casa mia, quindi era difficile essere presente sempre e perciò a volte dovevo allenarmi con ragazzi più grandi di me di una o due categorie nei giorni in cui riuscivo a esserci. È stata durissima e ho fatto tanta fatica, anche perché il mio sviluppo fisico non era molto rapido a quei tempi, ma penso di aver imparato moltissimo, anche se è stata dura. Sono stati tempi difficili, ma credo che giocare con ragazzi più grandi di me mi abbia aiutato nel lungo periodo”.

Adesso puoi guardarti indietro e vederla come un qualcosa che ti ha aiutato, ma ai tempi deve essere stata durissima. “Sì, era una lotta. Io volevo allenarmi tutti i giorni in cui anche i miei compagni lo facevano, ma invece dovevo saltare per forza degli allenamenti. Vedevo che gli altri stavano crescendo in modo costante e volevo farlo anch’io, quindi mi sembrava di star perdendo un’occasione. Alla fine sono stato escluso perché stavo crescendo troppo lentamente. L’ho vissuta come un’opportunità sprecata, ma poi sono andato a giocare in una squadra locale e ho solo pensato a divertirmi giocando a calcio”.

Ti aspettavi di essere escluso? “Forse sì, in realtà, perché ho saltato tanti allenamenti. Diciamo che avevo bisogno di trovare qualcosa più vicino a casa, perché gli spostamenti stavano diventando sempre più gravosi. All’inizio c’era un compagno che viveva vicino a me che mi dava un sacco di passaggi, ma poi si è infortunato e non ho più potuto contare su di lui. Insomma, non era per niente una situazione ideale. Ovviamente rimasi molto deluso e sentii di aver perso una grandissima opportunità”.

E poi? Sei tornato a giocare con la tua squadra locale e per la tua scuola? “Ho continuato a giocare per la rappresentativa della contea, venivo sempre convocato e mi divertivo. Poi, sono andato al Maidstone United e avrei dovuto giocare nell’Under 16, ma sono stato subito promosso nell’Under 18 e nella Squadra Riserve e, poco dopo, sono finito in Prima Squadra. Quella è stata la mia prima esperienza nel calcio dei grandi. Altra cosa importante, ho avuto la possibilità di fare un provino per la Nazionale Scolastica dell’Inghilterra per poi essere convocato. È stata un’altra occasione per farmi vedere da tanti osservatori. I ragazzi della Nazionale Scolastica fanno parte di club dilettantistici, quindi gli osservatori vanno sempre a caccia di uno o due giocatori interessanti. È stato molto utile. Ho anche disputato partite in Prima Squadra col Maidstone, insomma, passi importanti in avanti nel mondo del calcio. Ai tempi ero magrolino e ho preso diversi colpi, anche perché gli attaccanti avversari mi vedevano come un potenziale punto debole, ma sono stati momenti chiave per la mia crescita”.

Pensavi a questo quando sei andato al Maidstone? Oppure era solo la scelta migliore per continuare a giocare in una squadra un po’ più organizzata? “Direi la seconda. Stavo andando avanti con gli studi e già pensavo all’Università. In termini calcistici, a me andava bene allenarmi due o tre volte alla settimana con una squadra semi-professionistica, vedere poi come stavo, quanto mi divertivo e che impegno mi avrebbe richiesto. Tuttavia, ero molto più concentrato sui libri di scuola. Ovviamente il calcio mi piaceva tantissimo ed è stata una grandissima sfida per me”.

Ti pagavano? “All’inizio giocavo nell’Under 18 e poi con le riserve. Anche quando ho cominciato a entrare in prima squadra, credo che stessi ancora pagando la quota! Nella stagione successiva ero fisso in prima squadra, ma, in tutta onestà, non ricordo di essere stato pagato, mi pare che non avessi nemmeno uno straccio di contratto. Forse se fossi rimasto per la stagione successiva, avremmo trovato un accordo in tal senso”.

A quel punto forse non pensavi più di poter diventare un calciatore professionista vero? Non ti sembra che questa possibilità sia sparita per poi ricomparire? “Penso che quando ero molto più giovane e giocavo per la contea ed ero appena approdato al Millwall, diventare un professionista fosse un obiettivo realistico. Ovviamente, dopo essere stato tagliato ho avuto i miei dubbi, anche perché c’erano tanti giocatori bravi in tutte le categorie, ma anche con un po’ di fortuna, solo uno o due tra loro sarebbero poi riusciti ad arrivare fino in fondo. Quindi, sì, avevo cominciato ad abbandonare l’idea. Anche quando giocavo nel Maidstone e nella Nazionale Scolastica pensavo più a quale Università e quale corso di studi avrei frequentato. Pensavo perlopiù a far bene a scuola e, dopo gli esami finali, sono stato chiamato per due provini. Anche lì non mi sono lasciato prendere la mano, ho pensato soprattutto agli esami e ai voti per poi andare a fare questi provini senza alcuna pretesa. Ecco il perché della mia spensieratezza, sapere che già mi ero preparato un’altra strada mi ha fatto andare lì senza alcuna pressione. Se così non fosse stato, se non avessi avuto alternative, allora forse sarei stato troppo nervoso. Mi sono soltanto detto “proviamoci, se poi va bene, deciderò!”.

Se questi provini fossero stati sei o nove mesi dopo, avresti già cominciato l’università? “Sì perché i provini si sono tenuti d’estate. Due mesi dopo avrei già cominciato a frequentare l’Università, quindi l’unico momento per farli era quello. La stagione calcistica delle scuole stava finendo in quel periodo, ecco perché facevano i provini in quei giorni. Probabilmente sarei andato all’Università e poi mi sarei unito a una squadretta del luogo, pensavo solo a quello. Diciamo che il tempismo è stato molto importante”.

E poi cosa è successo?  “Sì perché alla fine fui scelto in entrambi i provini. Sono stato davvero fortunato col Middlesbrough, sono andato là e volevo rimanerci. Mio fratello e mia mamma mi hanno accompagnato e siamo rimasti davvero colpiti, volevo firmare subito perché il posto mi piaceva tantissimo. Poi, ho avuto la possibilità di andare al Fulham, una struttura altrettanto meravigliosa. All’improvviso, dal non avere altra scelta, ho potuto scegliere. È stato un vortice di emozioni”.

Hai parlato con l’allenatore dell’epoca del Fulham, Roy Hodgson? “Sì, l’allenatore era Roy Hodgson, mentre sulla panchina del Middlesbrough c’era l’attuale CT dell’Inghilterra Gareth Southgate. Abbiamo parlato con entrambi in momenti diversi. Ero in prova al Fulham e ho giocato una partita di allenamento con la squadra riserve. L’ufficio di Roy dava proprio sul campetto di allenamento e, alla fine della partita, uno dei preparatori mi ha chiesto di andare in ufficio perché il mister voleva parlare con me. Una volta arrivato mi ha detto di avermi guardato e di essere rimasto molto colpito. Poi mi ha detto che anche lui aveva giocato nel Maidstone, ne abbiamo parlato un po’ e ci siamo trovati subito in sintonia. Mi sono sentito nel posto giusto al momento giusto. Certo, è davvero surreale vedere due allenatori di Premier League venire a parlare con te e dimostrare il loro interesse nei tuoi confronti”.

Al Fulham le cose sono state veloci, sei entrato quasi subito in prima squadra… “Sì, è successo tutto in fretta. Dopo aver firmato, ho fatto una preparazione durissima, era la prima volta che affrontavo un precampionato così duro e il mio corpo stava davvero cadendo a pezzi! Mi allenavo tutti i giorni, per poi tornare a casa e addormentarmi. L’adattamento è stato duro ma necessario. Billy McKinley era l’allenatore delle riserve ed era davvero duro con noi, ma è stato un grande allenatore per me, mi ha fatto crescere tantissimo e velocemente in quel primo anno. A metà stagione sono diventato capitano della squadra riserve e, verso la fine del campionato, ho cominciato a viaggiare con la prima squadra. Facevo il diciannovesimo uomo, non giocavo ma vivevo l’esperienza delle partite. Ho debuttato all’ultima di campionato, anno in cui siamo arrivati settimi e ci siamo qualificati per l’Europa League. È stato molto importante perché dovevamo giocare più partite, perciò avevo più possibilità di giocare ancora in prima squadra”.

E a metà della stagione successiva, il Manchester United ha bussato alla porta e ti ha acquistato! “Già, in quella stagione giocavo in Europa League, alcune partite di Premier e a Natale lo United ha raggiunto un accordo per acquistarmi, lasciandomi al Fulham in prestito fino a fine stagione, permettendomi di giocare altre partite per poi andarmene in estate”.

Come è successo? Si stava realizzando un sogno per te… “Già, è vero, ha dell’incredibile. Anche perché quando leggete le notizie da fuori, sembra che siano cose che i giocatori sanno già da vari mesi, ma in realtà non è andata così. Sapevo di aver suscitato l’interesse dell’Arsenal e che si stavano intavolando delle trattative. Essendo io un tifoso dell’Arsenal ne ero felicissimo. Tuttavia, il Manchester United è sbucato fuori dal nulla. Dovevamo giocare in trasferta col Blackburn e stavo scendendo dal pullman che ci aveva portato fin là.

“All’improvviso, Roy mi chiama e mi dice: “il Manchester United ha formulato un’offerta per te. Sarà accettata. Sir Alex Ferguson vuole incontrarti nella tua stanza d’albergo fra 40 minuti””.

“Bene, wow, ok”.

“Non riuscivo a crederci, ovviamente ho chiamato subito mia mamma per informarla, poi mi sono seduto nella mia stanza d’albergo. Mi guardavo intorno, assicurandomi che non ci fossero cose imbarazzanti o in disordine anche se avevo appena fatto il check-in! E tuttavia pensavo, dentro di me: ‘Di cosa parliamo? E se ci fosse un silenzio imbarazzante?’. Poi però Sir Alex è arrivato e mi ha messo subito a mio agio. Penso di aver parlato con lui per tre ore o forse di più. Erano passate almeno tre ore da quando avevo controllato il telefono l’ultima volta. È stata una conversazione molto piacevole, ovviamente lui era molto interessato a me per venire fin dove mi trovavo, specialmente considerando tutto ciò a cui doveva pensare in quel periodo. È stato davvero un grandissimo atto di fiducia”.

Non temevi che fosse un po’ troppo presto per una mossa del genere? Avevi appena cominciato a giocare nella prima squadra del Fulham… “È una delle cose di cui abbiamo parlato. Prima di fare un altro trasferimento, dovevo pensarci bene. Non volevo rimanere chiuso, lo United ovviamente aveva tanti grandi difensori da cui potevo imparare, ma quello che uno vuole sapere è di avere una chance o meno. E lui è stato molto chiaro sin dall’inizio: ‘se continui a giocare come stai facendo adesso, avrai le tue chance’. Avevo giocato un buon numero di partite in quella stagione, più di 30, mi pare.

“Quindi, quella era l’unica cosa da prendere in considerazione: a quei tempi c’erano Rio Ferdinand e Nemanja Vidic, poi c’erano Wes Brown e Jonny Evans e anche John O’Shea. Tuttavia, lui mi ha trasmesso quella fiducia dicendomi che avrei avuto le mie chance e, allo stesso modo, ho sentito che poteva essere una sfida alla mia altezza, che avrei potuto giocare più partite di quante ne avessi disputate col Fulham in quella stagione. E forse alla fine ce l’ho anche fatta, perché Sir Alex è un uomo di parola. Forse le cose sarebbero state più facili se avessi aspettato un altro anno disputando una stagione intera al Fulham che stava andando alla grande. Ma io avevo bisogno di raccogliere quella sfida”.

Che allenatore era Sir Alex? È rimasto lo stesso dopo il vostro primo incontro? “Sì, è una persona molto diretta, soprattutto perché avevamo un certo tipo di rosa, voglio dire, una rosa molto grande e piena di qualità, da cui era davvero difficile scegliere soltanto 11 giocatori. Ovviamente io ero molto giovane e non mi aspettavo di scendere in campo in ogni partita, ma, allo stesso modo, avevo tanta voglia di giocare e poi c’erano i giocatori con più esperienza che si aspettavano di giocare. Ma lui era un grande allenatore e riusciva sempre a farci rimanere concentrati su un obiettivo.

“Magari mi diceva che non avrei giocato nella partita successiva, ma che voleva che fossi pronto per martedì. Ha fatto così con me un paio di volte. Una di queste era il derby, che non pensavo che avrei giocato. Mi disse che mi avrebbe lasciato fuori nella partita precedente, per poi aggiungere ‘Perché voglio che tu sia pronto per il derby di sabato’. In questo modo riusciva a mantenere i suoi giocatori motivati e sull’attenti, ci incoraggiava a lavorare sempre un pochino di più, sul controllo palla o qualsiasi altra cosa, per migliorare ancora di più durante la settimana della partita. Comunque, quel derby è stato indimenticabile, la rovesciata di Wayne Rooney, la mia famiglia in tribuna… È una persona unica, perché non è facile tenere i calciatori a bada, specialmente quando ne hai tanti che vogliono giocare”.

Come si affronta la pressione che comporta giocare in un club di caratura mondiale come il Manchester United? “Sicuramente c’è tanta attenzione in più, sia in Inghilterra sia nel resto del mondo. All’inizio, l’essere tra i più giovani in rosa mi ha tenuto un po’ al riparo, ma alla fine si finisce sempre sotto la lente di ingrandimento in termini di prestazioni e se non si è esattamente all’altezza si viene criticati e si ricevono ulteriori attenzioni. Questo fa parte del gioco, se un calciatore vuole durare in un club come lo United o la Roma, in cui si è sempre sotto la lente di ingrandimento, bisogna accettarlo, imparare e adattarsi. Tuttavia, in quel periodo giocavo molto e la squadra andava molto bene, quindi la transizione è stata più facile. Invece, quando non si gioca si rischia di agitarsi e di far montare la frustrazione in attesa di una chance, e questo rende le cose molto più difficili. Ma, per fortuna, sono stato bene per tutta la stagione e sono stato capace di integrarmi con i compagni e di adattarmi molto bene all’ambiente”.

E alla fine della prima stagione hai ottenuto una medaglia di campione della Premier League. Praticamente soltanto dopo quattro anni dalla tua ultima partita da dilettante hai vinto la Premier League e sei stato convocato in Nazionale. Cosa hai pensato? “Nel calcio non c’è mai abbastanza tempo per fermarsi a pensare, tuttavia, ci sono stati dei momenti in cui mi è sembrato tutto un po’ assurdo, come quando avevo il trofeo della Premier League tra le mani, oppure scendendo in campo in partite importanti di Champions League. Ma nel calcio tutto scorre velocissimo, vinci una partita e poi tre giorni dopo ne devi affrontare un’altra che è più importante. Bisogna quindi seguire il flusso e poi fermarsi solo alla fine della propria carriera, sperando di essere davvero soddisfatti di quanto è stato ottenuto. Penso che il calcio sia così impegnativo che non ho mai avuto il tempo di godermi o riflettere su quanto fatto fino ad adesso”.

Quali sono i momenti migliori della tua esperienza al Manchester United? “Forse il primo titolo di Premier League alla prima stagione, ho avuto modo di pensare alle delusioni avute da giovane e a tutti gli sforzi fatti per arrivare sin lì. È il sogno di tanti ragazzi, e realizzarlo è tra le cose migliori. Un’altra cosa molto importante per me è stata indossare la fascia di capitano in finale di Coppa di Lega e vincere. Poi c’è anche il gol nel derby che, specialmente per un difensore, è sempre una bella sensazione. Insomma, tante belle cose”.

In che modo sei cambiato come persona, dalla tua prima volta in campo fino a ciò che sei oggi, qui alla Roma? “È il calcio. Il calcio è così veloce che passi dall’essere uno tra i più giovani a uno tra i più esperti in breve tempo. Io penso di averlo fatto ispirandomi ai giocatori più esperti, guardandoli e prendendo da loro le cose che facevano in allenamento e fuori dal campo. Adesso eccomi qua. Sono orgoglioso di come mi comporto fuori dal campo, so che ci sono alcuni giovani in squadra che prenderanno me come loro modello. Comunque mi piace questa transizione che mi porta a essere un giocatore maturo in ogni aspetto”.

Sapevi già in questa estate che, molto probabilmente, ti aspettava una nuova sfida? “Domanda interessante, per cominciare direi che la porta è sempre stata aperta. Ovviamente ho firmato un rinnovo non molto tempo fa e parlavo spesso col mister, prima della preparazione, nel precampionato e all’inizio della stagione. Volevo mantenere un dialogo aperto e, sapendo le opportunità a disposizione, valutare cosa fosse meglio per me. Poi, quando ho detto al mister i miei desideri e di come vorrei sfruttare al massimo le stagioni che mi restano, credo che il panorama si sia fatto più chiaro. L’opportunità è arrivata quasi alla fine della finestra di mercato. Io volevo davvero far parte della squadra, avere un ruolo attivo in ogni partita e non solo ogni tanto. Ero in un momento in cui volevo scendere in campo in ogni occasione”.

Trasferirti all’estero è stato un elemento interessante di questa opportunità o solo un qualcosa in più? “Non ho mai scartato alcuna ipotesi, andare all’estero o meno, la cosa più importante era il club, a cosa ambisce, quali sono gli obiettivi stagionali e se sono in linea con ciò che voglio io. Dopo aver parlato col mister sulla sua idea di gioco e su come mi avrebbe inserito, non ho avuto bisogno di altro. Poi penso che andare all’estero, in un Paese e una città di cui si parla un gran bene e in un club con una tifoseria meravigliosa… penso che sia un bonus non da poco poter giocare e sperimentare una nuova cultura”.

Sta andando tutto come ti aspettavi? “Sì, forse anche meglio. Certo, ho saltato le prime due partite, ma stare bene adesso e, tocchiamo ferro, per il resto della stagione vuol dire poter essere determinante in campo, e questo rende il passaggio più facile per quanto riguarda la conoscenza dei compagni dentro e fuori dal campo. La mia famiglia mi ha raggiunto e abbiamo anche preso casa. Tutte le questioni extra-campo stanno andando al loro posto, quindi spero che continui ad andare tutto per il meglio”.

Gli allenamenti qua sono diversi dall’Inghilterra? “In termini di strutture e programmi non sono molto diversi. Come allo United, anche qua giochiamo a pochi giorni di distanza tra una partita e l’altra, quindi l’allenamento infrasettimanale è perlopiù tattico e di recupero, invece di avere lunghe sessioni. Per quanto riguarda le partite, guardando molto di più la Serie A da quando sono arrivato e studiando le avversarie, credo che rispetto all’Inghilterra qui siano molte di più le squadre che giocano con due punte, il che causa molti più problemi. In Inghilterra spesso si ha a che fare con una sola punta avversaria, quindi l’altro centrale ti può coprire mentre qui spesso ci troviamo in situazioni di due contro due. Capita anche di salire molto più spesso da dietro. Sono tutte sfide nuove per me, ma mi piacciono, anche perché amo i contrasti e gli sprint con le punte, mi ci trovo bene”.

La partita in sé non è andata benissimo, ma contro l’Atalanta hai vinto un bel contrasto contro Zapata un bel biglietto da visita per i tuoi tifosi. “Sì, abbiamo preparato quella partita e mi aspettavo che Zapata partisse titolare perché è uno dei calciatori più pericolosi dell’Atalanta. Ogni squadra comunque ha tante minacce, è come in Inghilterra, non esistono partite facili, sono le piccole cose a fare la differenza. Ecco perché bisogna sempre essere attenti e concentrati”.

C’è qualche compagno di squadra che ti sta particolarmente aiutando ad ambientarti? “Sì, onestamente devo dire di essere stato fortunato anche con i preparatori che parlano un buon inglese, e anche tanti giocatori in squadra mi capiscono, una buona metà della rosa ha un ottimo livello di lingua. Tuttavia, voglio imparare l’italiano, sono ancora all’inizio. Per ora sono stato molto fortunato anche col resto, col cibo, con l’assistenza fuori dal campo, con il trasloco, è tutto perfetto.”

Hai già giocato in difesa insieme a Federico Fazio e Gianluca Mancini. Come sta andando? “Credo che sia stato facile inserirmi nel gioco al loro fianco. In allenamento cambiamo e dividiamo spesso gli accoppiamenti per migliorare l’affiatamento e affrontare scenari diversi tra loro. La pausa per le nazionali ci dà veramente modo di lavorare sulla linea difensiva da mettere in campo, mantenere la posizione, andare in supporto, scambi e tutto il resto. Spesso, quando si gioca ogni tre giorni, è difficile potersi allenare seriamente, ecco perché la pausa per le nazionali ci permette di lavorare a fondo, specialmente per chi non c’era durante la preparazione. Spero quindi di poter giocare bene al fianco di chiunque.”

Come sta andando col mister dal vostro primo incontro in poi? “Penso che sia molto intelligente. Abbiamo parlato per la prima volta al telefono, io ero ancora a Manchester e lui mi descriveva che tipo di difensore voleva, come le mie caratteristiche lo riflettessero e del fatto che mi volesse nella sua squadra. Me lo ha fatto proprio sentire, e una volta finita la chiamata, mi sono detto: ‘Facciamolo’. È bello lavorare con lui, credo che l’aggressività e il modo in cui vuole che giochiamo siano molto adatti a me. Inoltre, tutto lo staff ci incoraggia continuamente mostrandoci delle clip che descrivono su cosa e come dobbiamo lavorare e migliorare. Mi sembra di imparare qualcosa ogni giorno, mi sto trovando molto bene”.

Non so se lo sapevi, ma da quando sei arrivato la stampa ha parlato molto del fatto che sei vegano, spiegandone le ragioni, e del fatto che in tempi recenti hai usato la tua popolarità per richiamare l’attenzione su temi sociali. Cosa ti ha convinto a dire la tua su queste tematiche? “Credo perché fino a tre anni fa non ero molto presente sui social. Comunque, sono generalmente una persona abbastanza riservata, non pubblico quintali di foto o video. Ma quando si comincia a entrare in queste realtà, quando si comincia a usare Instagram o altri social si comincia a farsi prendere la mano. Credo di aver sempre voluto fare qualcosa per gli altri al momento giusto e anche in passato facevo qualcosina tramite i social. Comunque, sì, qualche anno fa ho cominciato a sentire che avrei potuto fare qualcosa di più e avere una piattaforma e una voce vuol dire promuovere i progetti che voglio sostenere e, spero, sostenerne anche altri in futuro. Ecco perché mi sento più a mio agio. Certo, il calcio resta sempre al primo posto, ma adesso mi sento più capace di integrarlo con altri aspetti della vita”.

Diventare marito e padre ti ha aiutato ad allargare le tue prospettive? “Credo proprio di sì. Ci alleniamo ogni giorno, per poi fare lavoro di analisi, fisioterapia e quant’altro, ma è bello poter separare le cose, avere una famiglia felice e poter portare avanti altre attività e progetti che mi appassionano. Credo di aver trovato un buon equilibrio. Come ho detto prima, un calciatore è prima di tutto un esempio. So che i bambini delle scuole o dei vari progetti con cui collaboro mi vedono come un modello e io vorrei dare il buon esempio. E questo è ancora più vero adesso che ho un figlio, voglio che sia orgoglioso di suo padre, non solo come calciatore, ma per tutte le altre cose e scelte che ha fatto”.

Da come dici sembra che sia un qualcosa in cui vuoi impegnarti sempre di più e che va oltre la tua carriera da calciatore. “Sì, al 100 per cento. Non so se una volta appesi gli scarpini al chiodo sarò un allenatore o un preparatore o cos’altro, ma ciò che so è che questi progetti, Football Without Borders, per esempio, vedranno il mio coinvolgimento per tanti anni a venire, ne sono proprio convinto”

Quando la Roma ha annunciato il tuo arrivo, esattamente come ha fatto per tutti gli acquisti di questa estate, i dettagli sono stati accompagnati da vari bambini scomparsi in tutto il mondo. Eri a conoscenza di questa campagna e cosa provi nel sapere che uno di questi è stato ritrovato sano e salvo? “È stato bellissimo perché si è trattato di un qualcosa che, anche prima di approdare alla Roma, era già noto a tutti anche in Inghilterra. Il calcio è una piattaforma incredibile e quando lo si usa per cose del genere è sempre un bene. E il risultato, generare la consapevolezza delle persone, è molto positivo. Poter riunire le famiglie è un traguardo estremamente importante, speriamo di poter far qualcosa di più attraverso il calcio. È stato bellissimo far parte di questa iniziativa”.

Parlando di cose meno gradevoli, ultimamente si è parlato molto di razzismo. Hai notato problemi in campo in Italia? “Onestamente non ho notato niente in campo, anche se devo ancora imparare la lingua! Io non l’ho mai sperimentato direttamente, ma ovviamente leggo le notizie. Tuttavia, non credo che sia un problema solo dell’Italia, è un fenomeno in crescita anche in Inghilterra. Sembra più una cosa generazionale alla quale bisogna mettere un freno al più presto.

“Penso però che ci sia un legame un po’ più stretto adesso tra i giocatori, tra il calcio e le autroità, perché fino ad adesso c’è stato un grosso divario tra le due realtà e non abbiamo mai avuto davvero una voce in grado di cambiare le cose. Tuttavia, credo che molte persone si stiano facendo avanti per risolvere problemi, sia sui social sia nella vita pubblica, con un numero sempre maggiore di incontri tra governi e federazioni calcistiche. Credo che ci stiamo avvicinando al tipo di sanzioni di cui abbiamo bisogno, quelle veramente dure. Speriamo di poter isolare coloro che non vogliono cambiare e che le nuove generazioni, come mio figlio e altri bambini, non crescano vedendo e pensando che queste cose siano giuste”.

Pensi che l’imposizione di sanzioni giuste debba partire dalle autorità? I giocatori possono lanciare un messaggio abbandonando il campo quando si verificano queste cose? O sono vere entrambe le affermazioni? “Penso che nel mondo ideale… nel mondo ideale queste cose non succederebbero. In un modo quasi ideale, le autorità dovrebbero prevedere delle sanzioni che facciano pensare la gente due o tre volte prima di agire. Ma finché queste non vengono attuate e se dovesse succedere qualcosa, a me o a un compagno, allora potremmo abbandonare il campo. So che è difficile, perché è una delusione per il 99% dei tifosi che vengono a godersi lo spettacolo e non c’entrano nulla, ma penso che prima o poi sia necessario fare qualcosa. Forse così si può spingere le autorità ad agire più velocemente. Purtroppo prima di poter vedere un vero cambiamento deve succedere sempre qualcosa di grave, questo è vero in tutti gli ambiti, ma io credo che finché non ci sono sanzioni davvero severe, ci avvicineremo sempre di più allo scenario in cui i giocatori abbandonano il campo. Se un giocatore viene preso di mira, allora la squadra deve unirsi intorno a lui, e così sarà”.

Come hai appena detto, sembra un fenomeno che stia tornando piano piano nella società… “È difficile dire quale sia l’approccio giusto, credo però che adesso si faccia molta più attenzione e che ci sia sempre più gente che ne parli e che prenda una posizione, gente esperta e che ne sa. Insomma, siamo sulla buona strada ma dobbiamo vedere quanto ci vuole per arrivare a destinazione”.

FONTE: asroma.com

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