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Totti Soccer School, il nome è perché vuoi ricordare che mastichi l’inglese? «Hai detto bene, lo mastico proprio».

Qual è la caratteristica principale di una scuola calcio che nasce nel segno di Francesco Totti? «Bella domanda. Sicuramente l’unione e la compattezza della gente che vuol far crescere i giovani in modo armonioso e giocoso. Qui mi diverto, ho tutti i parenti, ma meglio non conoscerli».

Qual è la prima lezione che bisogna imparare quando si entra in un campo da calcio? «La base è la tecnica e il coordinamento, la passione nel calciare la palla e divertirsi».

Se un giorno Cristian facesse un cucchiaio, cosa gli diresti? «Prima deve riuscirci, non è facile».

Il cucchiaio nella semifinale a Van Der Sar «Prima di calciare il rigore, già hai pensato dove tirare. Pensando al cucchiaio, significa che di testa non sei abbastanza lucido. Per fare un gesto simile serve follia. Dietro al dischetto c’era un muro arancione. Durante la settimana avevamo fatto una scommessa, io avevo detto: “Se andiamo ai rigori farò il cucchiaio”. La squadra aveva preso la situazione con semplicità ma in partita, prima di partire alla volta dell’area di rigore, mi giro verso Maldini e Di Biagio e gli dico: “Ora gli faccio il cucchiaio”. Non pensavano che lo facessi veramente».

C’è mai stata una partita della Roma in cui ti saresti strappato i vestiti da dirigente per entrare in campo? «Una sola? Da fuori è tutto più facile, tutti siamo più forti e più bravi, “perché non ha fatto questo, perché non ha fatto quello”, ma se sei stato anche dentro il campo sai che sono due cose diverse. Parecchie partite avevo voglia di spogliarmi, potevo ancora dire la mia. Soprattutto vedendo quello che ci sta in giro».

Se tu oggi fossi un procuratore e avessi un Totti a 25 anni, cosa faresti? «Non giocherebbe sicuramente alla Roma, già se lo sarebbero comprato».

Ti piacerebbe fare il procuratore? «È una parola vecchia. Preferisco dire scouting. Perlustro, vedo, riesco a trovare qualche giovane promettente. Io mi metto sempre in gioco, mi piace conoscere quello che c’è al di là. Il futuro sicuramente riserva cose positive: voglio vedere cosa riserva a me».

Sin da bambino sei cresciuto col pallone tra i piedi «Sì, a 8 mesi passeggiavo a Porto San Giorgio col Super Santos, è vero».

La Nazionale e l’Europeo del 2000 «Sembra che ho tirato solo rigori, però. Eseguire il cucchiaio è difficile. Prima di calciare il rigore devi già aver pensato dove vorresti tirarlo. Se pensi al cucchiaio vuol dire che hai una testa particolare, un po’ di follia ci vuole. Il pallone va colpito sotto, va accarezzato, come quando prendi la panna col gelato».

La carriera da dirigente «Da calciatore ero più espansivo, ero più me stesso; da dirigente devi essere più pacato, stare attento a quello che dici, contro chi, le parole sono fondamentali».

L’addio alla Roma «Io ho sempre avuto la passione: quando c’è quella per un giocatore è tutto. Quando lo fai con la determinazione, con la voglia, con la spensieratezza, poi ti vengono cose che non avresti mai immaginato, poi la fine deve arrivare. È arrivata un po’ inaspettata, ma giusta. Ora l’ho metabolizzata, ma c’ho messo due anni, perché non è stata una scelta mia».

Sulle scelte fatte «Io non mi sono mai pentito delle decisioni anche se quando avevo 25 anni e mi chiamò il Real Madrid dei Galacticos avevo avuto un po’ un momento di disorientamento. Infatti quando oggi vedo qualcuno di quei giocatori del Real mi dicono: ma tu sei matto, hai rinunciato alla squadra più forte del mondo, vuol dire che la testa ogni tanto non ragiona, devi essere matto: ho fatto una scelta d’amore che non rinnego. Anzi è stata una doppia vittoria stare per 25 anni con la maglia della mia squadra del cuore. Tornare alla Roma con un’altra società e con un altro ruolo? Mai dire mai! Perché il dirigente non me l’hanno fatto fare? Perché ero ingombrante».

FONTE: DAZN

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